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AGGIUS
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pag.
5
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BALLO E CANTO Ma dove la tradizione si manifesta in forme originarie, specifiche e- nonostante un'invasione di campo ed uno scimmiottamento da più parti- pressoché esclusive della Gallura è nel ballo e nel canto. Il primo- a cerchio o a coppie- si esprime nelle forme della danza, lu baddhittu, lu tre in zincu e lu baddhu a passu. Prima dell'avvento dell'organetto il ballo era animato da diversi cori che si alternavano. Si ballava nelle sale a carnevale e nelle case durante i fidanzamenti e gli sposalizi, nelle piazze e sui sagrati delle chiese nel corso delle feste di paese e rurali. |
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Il
Ballo in piazza
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La
partecipazione era alta e l'allegria diffusa. " ….il pubblico divertimento
suol essere il ballo o all'armonia del canto o al suono degli stromenti"
si legge ancora nell' Angius-Casalis, Dizionario ecc., Torino 1833-56.
"Poiche il ballo e le danze non hanno nulla si scomposto o di selvaggio, ma qualcosa di serio, di monotono e quasi di malinconico, è da arguire che provengono da un sentimento di gentilezza e d'affettuosità… Puro vuol esserlo certamente, perché sino a pochi anni fa i balli civili e nazionali si riputavano osceni o almeno poco decenti per le fanciulle…. Durante il tempo del Vespero e della Messa le danze si interrompono perché le donne vanno in chiesa…" Antonio Pirodda, Bozzetti e Sfumature, pag. 76, R.Sandron, Palermo 1921. " Mi pare di dover aff ermare che" lu baddu tundu" fosse un'espressione di religiosità. Infatti il canto corale, che accompagnava questo tipo di ballo, era nato in chiesa; e pur trasferito sulla piazza, conservava le stesse movenze melodiche e ritmiche, con la sola variante che il testo latino veniva sostituito da poesie dialettali. Anche lo sviluppo del ballo faceva pensare ad un rito sacro: tenendosi per mano, le persone formavano un girotondo di ingenuità infantile e di compostezza ieratica". Don Piero Baltolu, Aggius, la Villa , il Comune, la Parrocchia nel 1800, Tempio, Litotip. La Nuovissima, 1977. Danze e canto hanno rappresentato un momento centrale della convivenza di una comunità, quale quella aggese- legata all'antico mondo agro-pastorale. Il canto, in maniera speciale, ne ha scandito ogni manifestazione e ricorrenza , civile o religiosa, ad ambito comunitario o familiare: la nascita, il matrimonio, la morte, la serenata all'innamorata, le grandi ricorrenze religiose, le feste e le sagre di paese o di campagna, gli incontri conviviali e le riunioni fra gli amici. Il canto non era mai delegato ad un solo coro, ad un solista. Era pratica e divertimento per tutti, uomini e donne, escluse solo dal canto corale in chiesa. Fra tutti però emergevano quanti erano dotati di certe qualità canore e vocali. Erano allora questi a cantare gli offizi sella Settimana Santa e della Pasqua, le novene del Natale e del santo patrono e i riti funebri, a intonare il canto del ballo tondo a carnevale e alle feste, e a salutare l'ospite specie se importante e venuto da lontano. Ed inoltre a rappresentare il paese in qualche uscita o manifestazione importante. Erano queste occasioni in cui il giovane ascoltava il vecchio e apprendeva. Il canto così si tramandava da padre in figlio, da nonno a nipote. Così per generazioni. A questa scuola si sono formati quanti ad Aggius si sono distinti in questo campo, dal coro di Pietro Sanna, Pietro Paolo Peru, Cicciu Aunitu, Giorgio Spezzigu, a quello di Matteo Biancareddu, Salvatore Biosa, Giovanni Muzzeddu, da quello di Salvatore Stangoni, Ciccheddhu Cossu, Balori Cassoni, Pietro Carta "Masgioni", fino a quello di Matteo e Nanni Peru, Bacciccia Muzzeddhu, Leonardo (Narduccio) Biosa, i fratelli Biancareddu e di alcuni altri, eredi e continuatori della ricca e genuina tradizione. |
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Dire dell'origine di questa tradizione significa riandare ai riti pagani
legati alla terra e ai suoi ritmi di fecondazione, produzione, raccolto
che poi il cristianesimo ha assorbito e fatti propri. Spiegare poi come
mai ad Aggius più che in ogni altro luogo della Gallura si sia
radicato, è cosa difficile.
L'influenza della liturgia della chiesa, passata attraverso la costituzione delle confraternite e la larga partecipazione alle stesse, è stata comunque determinante. Il tipo di canto infatti appare prevalentemente colto, di stretta derivazione religiosa: dal Miserere agli uffizii della Settimana Santa, dallo Stabat Mater al Regina Coeli fino ai canti dei vespri e alle lodi dei santi. Su questi motivi si sono poi innestati testi di contenuto profano, generalmente versi composti da poeti locali per le diverse circostanze. Molto belli tra gli altri quelli di due preti, il tempiese don Gavinio "Baignu" Pes e l'aggese Michele Andrea Tortu, tanto religiosi quanto sensibili a puri allietamenti terreni quali la bellezza muliebre, il bicchiere di vino con gli amici ed appunto il bel canto. Un carattere prettamente profano hanno invece gli altri tipi di canto: la dispirata, la celebre Brunedda, forse il più esclusivo di tali canti, e quindi quello che anima il ballo tradizionale, accomunabile ai canti primordiali della Sardegna eseguiti a tenores. |
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CELEBRE
LETTERA DI D'ANNUNZIO
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GLI
AGGIUS CON DARIO FO
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CORO
- D'ANNUNZIO E GABRIEL
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Il canto aggese è affidato all'accordo di cinque voci: bozi,
tippi, bassu o grossu, contra e, quando
è possibile averla disposizione , lu falzittu, la
quinta. La forma espressiva tipica assume qui il nome di tàsgia.
Temi prevalenti del canto sono così la bellezza e le virtù
della donna amata, trattati sempre in termini ideali e poetici. Sono
presenti, anche se rari, canti di spregio e di lavoro. Mancano invece
nella tradizione aggese canti di protesta o politici. E questo nonostante
la storica insofferenza di questo popolo alle imposizioni di uno Stato
distante e sentito spesso come avverso in quanto rappresentato da messi
esattoriali e da amministratori di una giustizia diversa. "Vecchio
quanto l'alba" fu definito, in una celebre lettera (v. copia
lettera) ai cantori aggesi, da Gabriele d'Annunzio il canto di Aggius
allorché , nel lontano 1928, un coro partì dal paese col
musicologo tempiese Gavino Gabriel per esibirsi anche al Vittoriale,
famosa residenza del Poeta sul lago di Garda. Fra quelle voci due sono
restate quasi nel mito per armonia e limpidezza: quelle di Giovanni
Andrea Peru e di Salvatore Stangoni, "Balori Tundu"
denominato dallo stesso D'Annunzio "Galletto di Gallura".
La rinomanza fuori dai confini regionali e nazionali del canto e dei
cori di Aggius ha preso avvio proprio dalla tournée con Gavino
Gabriel nella Penisola e consacrata dalla visita alla residenza dannunziana.
Ha avuto in seguito un'esplosione allorché Salvatore Stangoni-
il Galletto di Gallura- con il suo coro cui fu dato il nome di Gli Aggius
, negli anni fra i Sessanta e i Settanta, calcò i palcoscenici
dei migliori teatri nazionali con lo spettacolo di Dario Fo "Ci
ragiono e canto" di cui è stato lodato e indimenticato
protagonista. Non minore credito derivò alla tradizione e alla
fama dei cori e dei canti aggesi dalla partecipazione, negli Anni Ottanta,
del coro di Matteo Peru alle rassegne del canto religioso presso la
celebre Opera Garnier di Parigi e il Teatro La Fenice di Venezia.
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