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Li
Nimmistai (le faide) Aggesi |
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Le nimmistai
costituiscono indubbiamente l’aspetto più significativo e
caratterizzante della
criminalità gallurese dei secoli XVIII e
XIX. In una regione povera e poco popolata come la Gallura di quel
periodo – la
cui misera economia si basava esclusivamente sulla
pastorizia praticata negli stazzi
e dove un sistema feudale ancora solido ed oppressivo impediva
qualsiasi tentativo di crescita non solo economica ma, anche e
soprattutto, sociale e politica – il ricorso
sistematico
all’eliminazione fisica del “nemico” (anche se parente)
costituiva quasi sempre l’unico strumento di lotta per il
riconoscimento di un diritto (vero o presunto) o per ottenere
giustizia in seguito ad un torto subito. Adottare
tali misure voleva anche dire adempiere un sacrosanto dovere
morale, cui nessuno poteva sottrarsi, sancito dal codice
comportamentale non scritto dei vecchi padri.
Di solito, i
fatti che davano origine ad una nimmistai
variavano da motivazioni prettamente morali (offesa all’onore ed
alla reputazione della famiglia, falsa promessa di matrimonio,
adulterio, mancato rispetto di un contratto sia scritto che
verbale, solidarietà all’avversario, ecc.) ad altre tipicamente
materiali (furti di bestiame o di altri beni, usurpazione di
confini, pascolo abusivo, contese per l’acqua, ecc.).
Non mancavano,
infine, i motivi tradizionali, per i quali la nimmistai
scoppiava nel giro di poche ore: falsa testimonianza e delazione
alle forze dell’ordine.
Vi era comunque
la possibilità – eccettuati i casi più gravi – di evitare la
faida.
La persona offesa
invitava quella ritenuta colpevole a giurarle la sua estraneità.
Se questa acconsentiva e si dichiarava innocente, la lite non
aveva più alcun seguito, anche con il permanere di forti
sospetti. Se viceversa si rifiutava di giurare – e ciò
significava essere colpevole – la persona offesa si sentiva
moralmente autorizzata ad adottare i più adeguati provvedimenti
del caso.
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E scoppiava così la nimmistai
che poteva durare anche dieci anni
(alcune faide superarono anche i due lustri!).
Con il
verificarsi del primo omicidio (o agguato non andato a buon fine),
si definivano subito gli schieramenti contrapposti, aggiungendosi,
alle famiglie in lotta, quelle ad esse legate da vincoli di
parentela o di particolare pultata.
Per questi motivi,
spesso la faida si estendeva a diversi centri abitati,
coinvolgendo anche centinaia di persone.
Una volta
scoppiata la nimmistai, nessuno poteva stare tranquillo, né in campagna né
in paese…[…].
Di fronte a tanta
violenza – che oltre ai noti problemi di ordine pubblico causava
danni incalcolabili alla già precaria situazione economica – le
autorità centrali tentavano di porre rimedio in vari modi: con
interventi esclusivamente di natura repressiva (spedizioni
militari, arresti a catena di semplici sospettati, confisca di
beni, distruzione degli stazzi, esilio dei principali esponenti
delle famiglie in lotta, ecc.) o con il ricorso all’istituto
delle paci, che alla fine si dimostrava comunque più efficace.
Molto spesso, però, l’inimicizia continuava anche dopo la
riconciliazione, e si trasmetteva di generazione in generazione.
[…].
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G.F.RICCI
gioricc@inwind.it
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