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Antonio
Addis Altea, soprannominato "Pumpitta" |
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Nacque
ad Aggius intorno alla seconda metà del Settecento. È
stato probabilmente il bandito gallurese più controverso e
disprezzato del periodo sabaudo, sia dalle forze dell’ordine che
dai suoi stessi compagni. Pur di ottenere l’impunità, infatti,
non aveva esitato a tradirli, facendoli arrestare o arrestandoli
personalmente, eccettuati tuttavia quelli della sua villa
e generalmente della Gallura. Il
suo egoismo non conosceva limiti, ma era coraggioso e scaltro. Già
a quattordici anni veniva considerato uno scavezzacollo da parenti
ed amici. Pumpitta,
soprannome che lo accompagnò sino alla fine dei suoi giorni,
odiava due cose: il lavoro onesto e gli sbruffoni di qualsiasi
ceto sociale o luogo di nascita. Commise
il suo primo omicidio premeditato in danno di un pastore di Aggius,
tale Zancanu Pirodda, venendo ben presto arrestato e rinchiuso
nelle carceri baronali di Tempio. Fu scarcerato in seguito
all’indulto generale del 6 marzo 1799. Una
volta in libertà, temendo forse la vendetta dei parenti
dell’ucciso, si trasferì nella vicina Anglona, dove iniziò a
frequentare delinquenti senza scrupoli ed effettuando con essi
brevi “trasferte” in Logudoro. Dopo
circa un anno, si stabilì a Tempio per dedicarsi ai vizi e ai
divertimenti. Qui conobbe una ragazza, “cognominata”
Gala, con la quale allacciò una relazione sentimentale. La
giovane donna era però fidanzata con il tempiese Domenico Sirena,
il quale non digerì l’affronto e cominciò a meditare vendetta,
giurando di ucciderlo alla prima favorevole occasione. La
mattina del 30 giugno 1800, i due rivali si incontrarono
casualmente nei pressi
dell’abitazione della Gala. Pumpitta,
intuendo le intenzioni del Sirena, imbracciò lo schioppo e gli
sparò un colpo letale alla fronte.
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I dragoni si misero immediatamente sulle sue tracce, arrestandolo
qualche ora dopo. Senonché venne trovato in possesso di un
salvacondotto rilasciatogli dal governatore di Sassari, che faceva
divieto a chiunque di “molestarlo
e arrestarlo”. Lo speciale e provvidenziale documento,
concessogli per alcuni servigi resi in Anglona, era valido ancora
per un mese. Pumpitta
ritornò dunque in libertà per la seconda volta nonostante
inquisito di due omicidi. Le
autorità di Tempio, che evidentemente non erano state informate
del salvacondotto, continuarono peraltro ad indagare onde
acquisire elementi probatori da contestargli al termine del
beneficio. L’omicidio del Sirena, avvenuto in mezzo alla gente
ed in pieno centro,
reclamava giustizia a tutti i costi. Bisognava inoltre dimostrare
che almeno a Tempio, sede della curia baronale, la giustizia fosse
rapida ed efficiente. Venne nominato, al riguardo, un apposito
delegato del luogo, che fu esonerato subito dopo per
"negligenza". Successivamente, la direzione delle
indagini, o meglio delle operazioni di ricerca, dato che il
beneficio era scaduto, venne assegnato all’avvocato collegiato
sassarese Antonio Sannio (una sorta di magistrato ambulante munito
di ampi poteri), che si recò nelle campagne di Vignola con un
nutrito drappello di dragoni per riacciuffare il bandito aggese.
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Sannio
fu costretto a ritirarsi dalla missione a causa di un improvviso
“stato febbrile”. Fu
così che Antonio Addis Altea iniziò una tranquilla latitanza.
A Tempio, intanto, in
seguito a questo omicidio, scoppiò una faida tra le famiglie Sirena-Valentino-Brigaglia
ed Altea-Zucconi-Maciocco, poiché le prime attribuirono
alle seconde la paternità del delitto, per un movente legato ad
una vecchia inimicizia. Fatto
sta che del giovane bandito aggese si perse ogni traccia. Il
30 ottobre 1803, dopo aver girovagato per le contrade dell’Anglona,
ritornò a Tempio con l’amico Michele Addis Mattola, un suo
lontano parente di Bortigiadas. Sebbene tutti e due ricercati,
decisero ugualmente di stabilirsi nel capoluogo gallurese, in
barba alle pendenze giudiziarie ed ai parenti del Sirena. I
due compagni, mentre passeggiavano allegramente in contrada “Don
Matteo Guglielmo”, si imbatterono per caso in tale Francesco
Marinu, che, riconoscendoli, commise l’errore di farsi sentire
dai passanti. I
fuorilegge reagirono come era prevedibile a fucilate. Marinu morì
all’istante fulminato da due colpi al petto. Gli assassini,
riconosciuti anche da decine di testimoni, si diedero a
precipitosa fuga nascondendosi dalle parti di Alinetu
(il 26 ottobre 1804 venero processati in contumacia e condannati a
morte secondo le consuete macabre modalità). Pumpitta
ritornò dunque a frequentare il mondo pastorale ma il suo
pensiero fisso erano le belle donne ed i balli in piazza.
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Contattato
tramite comuni amici il ministro di giustizia aggese per
verificare la possibilità di ottenere un salvacondotto, gli venne
riferito che sarebbe stata necessaria una collaborazione
piena e leale e possibilmente due o tre arresti “eccellenti”.
Decise a questo punto di
fare il cacciatore di taglie.
Nel 1809, dopo averlo
attirato in una trappola, catturò personalmente un latitante di
Castelsardo, tale Giovanni Mela, accusato di fratricidio, che in
seguito venne giustiziato mediante impiccagione. Poco
dopo, arrestò sempre personalmente, un ricercato per omicidio,
tale Antonio Virdis, di Martis. Le autorità gli fecero sapere che
occorrevano altri arresti
e lui, questa volta coadiuvato dalle truppe regie, fece eseguire
il fermo degli autori dell’omicidio del disertore Antonio
Giuseppe Loi, effettivo al Reggimento di Sardegna di stanza ad
Ozieri: Giovanni Sanna Dore, Antonio Dore Sanna, Antonio Manna
Satta e Giovanni Lambrone, tutti di Tula. Nonostante
ciò, il bandito aggese ottenne appena un salvacondotto di tre
mesi, il cui eventuale rinnovo era subordinato ad ulteriori
operazioni di polizia. Durante
questi tre mesi, Pumpitta frequentò assiduamente il tanto desiderato ambiente
natio. […].
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G.F.RICCI
gioricc@inwind.it
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