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SPETTACOLO E FOLKLORE, IL BINOMIO AVVERSO ALLA TRADIZIONE
LA TRADIZIONE COME SINONIMO DI CULTURA
di Andrea Muzzeddu

C'erano una volta il canto, la musica, il ballo, la lingua, le arti e i mestieri tradizionali... ora non restano che echi nostalgici, immagini sfuocate di una cultura locale che, fino a ieri, la Gallura era riuscita a preservare.
Tutti noi che ormai viviamo i nostri cinquanta (e più) anni ricordiamo la genuina spontaneità popolare delle manifestazioni tradizionali che ingentilivano le solenni festività pasquali e natalizie, o le ricorrenze del santo patrono, sia perché da bambini fummo testimoni oculari delle "gesta canore e danzanti" dei nostri maggiori (anziani), sia perché diversi di noi furono anche piccoli interpreti della tradizione proposta nei diversi raduni di piazza (vedi foto n.1). Non credo che sia andata perduta, nei meandri della memoria, l'immagine delle riunioni serali dei bambini seduti di fronte al fuoco del camino, assorti e rapiti, in un misto di fascino e paura, ad ascoltare, dalla calda voce del fabulatore anziano, li conti di lu fughili (racconti e leggende), colorite storie di "eroi fantastici" vissuti nelle nostre cussorgje (vallate), in un tempo senza più data.
Ora, a ben guardare, si assiste ad un impoverimento impressionante di quello che l'etnologo Cinese(1) ha definito "le manifestazioni delle culture subalterne". Ci troviamo di fronte ad un degrado dettato, congiuntamente, sia dall'avanzare della civiltà tecnologica (imposta dalla cultura dominante),sia da maldestre operazioni pseudo-etnologiche, promosse da alcune associazioni culturali e dalle tante Pro Loco dei comuni della Sardegna (animate da cultura subente e non semplicemente da cultura subalterna), con finalità prettamente commerciali. Manifestazioni folkloristiche troppo spesso soggette più ad una "cultura di mercato" che allo "specifico culturale della propria zona" (villaggio/cussorgja) che, per ragioni storiche, si trova inglobata in una estensione territoriale più vasta, (regione/stato).
La "cultura tradizionale" viene così utilizzata, anche nei centri dell'entroterra, come richiamo del flusso turistico che da alcuni anni si registra nei litorali marini.

Così, oggi, la "cultura popolare" è diventata "folklore" nonostante il grido di allarme a suo tempo gettato dall'archeologo inglese W. J. Thoms(2) sul significato ambiguo di questo termine che, per un verso, si riferisce alle "manifestazioni e alle rappresentazioni" che, in qualche misura, si rifanno alla tradizione (Ballate), e per l'altro, indica lo studio dei costumi. Dello stesso avviso è anche R. M. Dorson, direttore dell'Istituto di Folklore di Bloomington (USA), il quale osserva che il valore semantico di questa parola evoca sia i canti dei giovani dai lunghi capelli che la brava gente del tempo antico. Povera cosa, dunque, e non certo il reale spessore della cultura elaborata da tutto un popolo attraverso i secoli della sua storia. Sul termine folklore ebbe da ridire anche F. Alziator, insigne studioso delle "Tradizioni Popolari Sarde". Egli non fu molto tenero con l'uso di questa parola, anzi ebbe a dire che il termine "folklore è una parola rabberciata a tavolino, unendo due sostantivi inglesi, ormai fuori uso, che vanno a significare popolo e antichità. È una parola contestata a livello scientifico e scaduta sempre più fino a significare la paccottiglia spuria di cattivo gusto dedicata al turista di bocca buona che vuol portarsi a casa il solito souvenir a poco prezzo e a reclamizzare il balletto in costume locale che gli alberghi propinano alla clientela ignara, che sorbisce per autentica la coreografia ideata da un coreografo d'occasione e i costumi fatti in serie(3)…". La tradizione popolare, invece, rappresenta la storia reale di una comunità (paese) e i tratti caratteristici di un popolo (territorio), per questo recuperare la tradizione significa, di fatto, ritrovare le "nostre radici sociali" (vedi foto n.2) e capire che, sia pur con le varianti dovute agli elementi indigeni tipici di ogni zona, l'estensione culturale di una comunità di viventi supera i confini ristretti del singolo comune e abbraccia un più vasto territorio; significa recuperare le autentiche espressioni dell'intelligenza creativa della collettività umana che si è adoperata, nei tempi passati, per la conservazione e la continuità della propria discendenza (vedi foto n.3). Considerata sotto questa prospettiva la "tradizione popolare" non solo rivela l'ingegnosità di un popolo(4), ma ne rivela anche i suoi tratti più caratteristici (usi, costumi, cultura ed economia…) e ne illustra la sua storia… "La storia dei nostri antenati", che poi, per eredità sociale, è anche la nostra.

Bibliografia
(1) A. M. CIRESE, Cultura egemonica e culture subalterne, Palermo '76.
(2) W. J. THOMS, Sull'attività e letteratura popolare, articolo del 22 agosto 1846, Rivista L'Ateneo.
(3) F. ALZIATOR, Storia della tradizione sarda, Dispensa per il corso omonimo, Facoltà Magistero- Sassari- A.A. 1973/74
(4) Sull'ingegnosità di un popolo Cfr. G. LILLIU, Politica e cultura in Sardegna, in Autonomia Cronache, n. 1, 1967, Sassari.
G. CASALIS, Dizionario geografico storico, statistico, commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino 1834.
P. TOLA, Dizionario biografico degli uomini illustri della Sardegna, Torino 1837/38.
G. MANNO, Storia di Sardegna, Torino 1825/27
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